Bologna, 2 agosto 1980: a Torquato Secci

TorquatoSecciLa forza del fiume risaliva correnti,
faceva cambiamenti
a volte spirali
a volte pacifiche risacche
fino al salto dal monte
grandioso, spostando muri d’aria
enormi

e schiantando in caduta
sul terrazzo di roccia
un’esplosione bianca di schiuma
di schegge
che perdeva peso verso valle
e poi spariva
in una pioggia incolore

lui camminava sull’argine
studiando il percorso
misurava livelli e potenza dell’acqua
dighe e canali fiorivano nella sua mente
come sogni sereni, prove
d’ingegneria naturale

tornato a casa, in silenzio scivolava
nei fogli lunghi calcoli e schemi
per muri tubi e macchine
di cemento e ferro
per mani operaie, per la loro
fatica poi si chiedeva chi ne fosse
il creatore, se la natura
lui o la catena umana nel turno
ininterrotto di notte e di giorno
a unire e separare
separare e unire pezzi
della sua colpa su un nastro
trasportatore

diga, centrale e fabbriche
erba cattiva cresciuta dai campi
per opera sua
rimossa nel paesaggio più antico
nella cascata di marmo collezionata
in stampe del settecento,
una mania

come l’ingegneria accumulata
e persa oltre l’argine, in acqua

quando scoppiò la bomba alla stazione
era dall’antiquario
con la lente ingrandiva la finzione
del bulino
un precipizio di rupi e cespugli
e il rovescio dell’acqua fermo
in un drappo di scaglie grigio
inchiostro, uguali
come sempre si chiese chi
fosse l’artista e con quanto
realismo avesse reso una visione
nel mezzo del viaggio
poi comprò per un nome
e una data, almeno quelli certi

era il due agosto millenovecentottanta
una bomba fermò l’orologio alle dieci e
venticinque
il nome di suo figlio nella lista
dei gravi, un bisturi eliminò una gamba
giorni dopo andò il resto
con gli occhi spenti, senza una parola

allora smise la collezione di stampe
l’istinto inventivo s’incagliò
in fondali di sabbia,
un’apnea senza fiato e
senza risalita
solo una rabbia corporale lo mantenne
sull’orlo
rabbia viva come un fascio di nervi
che pulsa involontario e muove
anche un arto staccato
visse per un figlio fantasma
con la deflagrazione sempre
in sottofondo, anche vicino alla cascata
o alla chiusa sollevata
con il ronzio di una miccia accesa
nell’orecchio, col battito di un detonatore
e un’incompiuta l’orologio fermo
tra i parenti dei morti
come i tubi aperti lungo il fiume,
abbandonati all’aria

la verità in un’idrovora, risucchiata
all’indietro

smise il riserbo muovendo le piazze
gridando dai palchi sopra ogni fragore
di sirena, gli occhi puntati
oltre i manifestanti
sui mandanti e gli omicidi impuniti
poi la stanchezza gli partì dal cuore
per avvolgerlo tutto
e dopo un giro intero tornò lì,
dritta all’ultima pompa
fece vuoto e partenza

resta un cratere tra i binari
e la piazza, una menzogna uguale
sotto cieli estivi
che cambiano colore
resta sua moglie a volgergli le spalle
quando apre
l’ennesimo corteo

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