{"id":2042,"date":"2012-01-21T08:00:19","date_gmt":"2012-01-21T07:00:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.marinadellabella.it\/?p=2042"},"modified":"2014-07-07T16:03:39","modified_gmt":"2014-07-07T15:03:39","slug":"una-neve-perfetta-racconto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.marinadellabella.it\/?p=2042","title":{"rendered":"Una neve perfetta: racconto"},"content":{"rendered":"<p>Appena dopo la sua nascita la neve smise di cadere. Il sole era coperto da una volta compatta di nuvole d&#8217;un grigio chiarissimo e l\u00ec dov&#8217;era, nel punto pi\u00f9 alto del cielo, il grigio diventava bianco cos\u00ec luminoso da non poterlo guardare. La tregua era giunta inattesa, come il parto, anticipato e veloce, annunciato da un solo vagito breve nel silenzio ovattato della casa. Cos\u00ec la madre consegn\u00f2 al giorno sua figlia, e le sembr\u00f2 una fortuna. La notte era stata lunga, senza luna, senza nemmeno un chiarore, e aprirsi alla luce fu per lei una liberazione.<br \/>\nLa bambina crebbe come crescevano i figli in quell&#8217;angolo stretto di valle: con pochi cibi, pochi gesti, un amore essenziale e ruvido, sempre incombente, come i profili grezzi delle montagne. La neve d&#8217;inverno era dovunque, e lei ci viveva insieme imparando a osservarla. Riconosceva le infinite combinazioni di ghiaccio e pioggia, i tentativi non riusciti di una neve perfetta, fatta di fiocchi grandi, morbidi, sospesi nell&#8217;aria in assenza di vento. Quando, raramente, la perfezione si realizzava, la sua incredulit\u00e0 diventava certezza nella riproduzione di ogni dettaglio: lei disegnava la neve cos\u00ec come le sembrava, fitti aghi bianchi intorno a un cuore minuscolo, invisibile come il sole della sua nascita, come un&#8217;energia sfuggente. Riempiva fogli interi con la stessa cifra, ripetuta con pazienza e convinzione. Quella era l&#8217;unica neve che sognava e voleva.<br \/>\nIl resto era disordine del cielo e dei venti, che insidiava piccoli e grandi equilibri: un sentiero battuto diretto all&#8217;alpeggio, un ruscello immobile nel ghiaccio, un giorno di limpidezza assoluta, dalle cime pi\u00f9 alte fino alle case. Bastava poco a confondere la direzione del vento, a smuovere le acque, a scombinare il disegno di una natura coerente.<br \/>\n<!--more-->Lei cresceva imparando a riconoscere normalit\u00e0 e imprevisto, armonia e disordine. Accoglieva gli eccessi, che i grandi chiamavano errori di natura, misurandoli ogni volta con impegno. Annotava punteggi, cos\u00ec come disegnava la neve, esercitando il coraggio di stare al mondo. Registrava tracciati di vita desiderata e di vita vissuta, intermittenze di un&#8217;intelligenza a due ritmi, di respiro e di apnea. Di un&#8217;intelligenza incapace di sintesi, che non ammetteva compromessi e prendeva forma di rigore assoluto, con se stessa e con gli altri. Di fiducia, anche, per un sole a volte non visibile ma presente, per la fisicit\u00e0 assoluta della natura nelle forme pi\u00f9 esplicite e pi\u00f9 nascoste.<br \/>\nCos\u00ec fece esperienza del vento nel muoversi mai uguale degli alberi, nel suo passare tra i rami, sul tetto, sul crinale dietro la casa dove a volte sfilava via, in salita, lasciandosi dietro un sibilo lungo. Ne cap\u00ec la forza quando scoperchi\u00f2 il fienile e sparse l&#8217;erba per gli animali sopra il ruscello e oltre. O quando, prima di scatenare una tormenta, cambi\u00f2 improvvisamente direzione e ripul\u00ec il cielo.<br \/>\nLe regole della vita dipendevano dalle combinazioni semplici di caldo e di freddo, da mescolamenti e spostamenti d&#8217;aria: tutto accadeva di conseguenza, e con forme differenti, per una forza nascosta intuibile soltanto dagli effetti. Gli abitanti c&#8217;erano abituati, e prevedevano gli eventi naturali, traendone pi\u00f9 vantaggio che danno. Per\u00f2 c&#8217;era un limite dentro ogni cosa, accettato da tutti non per fatalismo ma per adesione spontanea alla realt\u00e0. Nei libri che lei avrebbe studiato tutto questo non c&#8217;era.<br \/>\nAdolescente fu mandata a scuola pi\u00f9 a valle, dove le case si infittivano e il ruscello s&#8217;allargava. Il primo viaggio fu un&#8217;avventura, scopr\u00ec cosa significava muoversi verso qualcosa che non si conosce. Stavolta non era lei a misurare col passo lo scorrere del tempo e dello spazio. Trasportata da un piccolo autobus, vedeva fuggire il paesaggio a una velocit\u00e0 che impediva alle immagini di fissarsi. I suoi occhi coglievano soltanto un mescol\u00eco di colori, e una strana luminosit\u00e0 forse frutto dell&#8217;emozione.<br \/>\nPer tutto il tragitto rimase con la fronte appoggiata al finestrino, attenta ai sobbalzi sempre pi\u00f9 rari mano a mano che lo sterrato si faceva pi\u00f9 regolare e diventava selciato preciso, curato. Sul sedile imbottito, pi\u00f9 morbido del legno a cui era abituata, si sentiva cullata e sola nello stesso tempo. Quel viaggio non era una sua scelta, un po&#8217; la faceva soffrire e un po&#8217; la spaventava. Il non esserne responsabile, per\u00f2, le dava la forza che c&#8217;\u00e8 nell&#8217;obbedienza ingenua, totale e senza domande.<br \/>\nGuard\u00f2 appena gli altri viaggiatori, alcuni adulti qua e l\u00e0 e due ragazzini seduti vicini, rilassati e distratti, come chi \u00e8 abituato. Si sent\u00ec pi\u00f9 tranquilla, col tempo si sarebbe abituata anche lei. Torn\u00f2 con lo sguardo all&#8217;esterno, attenta a non perdersi nulla. Vide un salto del ruscello e poi un bacino dove l&#8217;acqua si distendeva. Da l\u00ec usciva una striscia di fiume, contenuta da un argine regolare e da un sentiero alberato. Alla fine degli alberi, su un cartello lesse il nome del paese, poi le apparve un gruppo di case raccolte intorno a una piazza. L&#8217;autobus si arrest\u00f2 proprio l\u00ec e rimase immobile, con il motore spento.<br \/>\nEcco il capolinea, pens\u00f2, ricordando le indicazioni dei genitori. Dove vivevano non c&#8217;era capolinea, l&#8217;autobus faceva una sosta breve alla fine della strada, poi riprendeva il cammino nella direzione opposta.<br \/>\nScesa si guard\u00f2 intorno e si stup\u00ec: quello era un vero paese, con piazza, vie e negozi. Ovunque voci, rumori, movimento: gente andava e veniva, si alzavano saracinesche, auto si allontanavano. Dal centro si diramavano alcune vie ordinate, con case in fila e qualche passante. Chiss\u00e0 dove arrivavano, fin dove si spingeva il paese&#8230; Immagin\u00f2 altre zone abitate, poi case sparse sempre pi\u00f9 lontane. Torn\u00f2 a osservare la piazza, la scuola le era di fronte. Con la facciata rosso mattone e le persiane verdi incombeva come una necessit\u00e0. Si consegn\u00f2 a quel luogo con la disciplina che i suoi mettevano nella vita quotidiana, ma niente era uguale alla scuola di montagna: bassa, di pietra, nascosta tra i cespugli. L\u00ec c&#8217;era il latte delle mucche che chiamava per nome, il pane cotto nel forno di tutti, il ghiaccio incastrato sotto le finestre. C&#8217;erano il legno vecchio da usare per il fuoco e i funghi da riconoscere, buoni o cattivi. E c&#8217;erano bambini come lei, timidi e tenaci, con gambe forti da salita. Quella era scuola di vita e di sogno, che lei non conciliava per difetto di sintesi.<br \/>\nAndava e veniva ogni giorno, e tornando trovava la terra sempre pi\u00f9 impervia e i monti troppo vicini. Questo la confondeva, era bastato allontanarsi per perdere il filo che teneva uniti origine e luoghi. Ora desiderava superare il limite della sua casa e il confine pi\u00f9 ampio di rocce e alberi per andare nella direzione opposta, sempre pi\u00f9 voluta.<br \/>\nIntanto la geometria le entrava nella mente con la partizione dello spazio visibile. Fu una grande scoperta, fatta scomponendo il paese in figure. Partiva dai lati &#8211; le strade &#8211; per arrivare a quadrati, rettangoli e trapezi. Erano differenti da quelli del libro di scuola, fissi in una perfezione astratta, e li preferiva. Preferiva le forme reali della vita.<br \/>\nAll&#8217;uscita da scuola ogni volta scopriva nuove figure, avvicinandosi al confine opposto del paese, dove l&#8217;autobus non arrivava. Un giorno vi giunse, finalmente, e con quel tassello che mancava il disegno si complet\u00f2.<br \/>\nNacque cos\u00ec il desiderio di conoscere spazi pi\u00f9 grandi, e l&#8217;impazienza di terminare la scuola. Cerc\u00f2 allora di consolarsi scomponendo la classe in persone e oggetti. C&#8217;erano scarpe consumate e scarpe troppo grandi, forse di fratelli maggiori. C&#8217;erano anche scarpe nuove, della giusta misura. C&#8217;erano quaderni dalla copertina nera, poco curati, cuciti in mezzo con il filo e pieni di macchie. E anche quaderni colorati, di carta bianchissima, tenuti insieme da una colla invisibile.<br \/>\nDagli oggetti risal\u00ec ai compagni, e prov\u00f2 simpatia per quelli con le scarpe peggiori e i quaderni pi\u00f9 sporchi. Poi studi\u00f2 voti e giudizi, sempre proporzionali alla qualit\u00e0 di scarpe e quaderni. Intu\u00ec che la storia cominciava l\u00ec, tra cattedra e banchi, nella combinazione inversa di capacit\u00e0 e giudizi, in una lista di privilegi pronta per il futuro. E smise di studiarla.<br \/>\nL&#8217;ultimo giorno di scuola usc\u00ec col giudizio finale infilato proprio nel libro di storia: c&#8217;era scritto di un neo che spiccava sul buon risultato generale. Si volt\u00f2 a guardare la facciata rosso mattone e sorrise pensando: mai pi\u00f9. Le era nata dentro una nuova radice.<br \/>\nIn autobus verso casa le torn\u00f2 agli occhi il solito tragitto di curve e sbalzi, scandito prima dai cartelli stradali, poi dalle pietre miliari e infine dalla natura che si riprendeva tutto, obbligando alle sue leggi d&#8217;acqua e di roccia, cos\u00ec vere, cos\u00ec da sempre.<br \/>\nSul sedile davanti al suo erano seduti i due ragazzini di cinque anni prima, cresciuti. Anche lei era cresciuta, ma senza accorgersene. Il tempo era trascorso in fretta, e non li avrebbe pi\u00f9 incontrati. A volte, in quegli anni, le avevano sorriso, a volte le avevano rivolto la parola. Ma lei parlava appena, per educazione, perch\u00e9 gli altri erano lontani dalla sua mente al lavoro.<br \/>\nAlcuni sedili erano occupati da un gruppetto di donne, in fondo sedeva un anziano silenzioso. Gli operai che incontrava all&#8217;andata non c&#8217;erano, loro tornavano soltanto di sera. Si accorse di stare dalla parte del finestrino, col posto accanto vuoto. Come la prima volta, come sempre. Pensava troppo, gli altri lo sapevano, forse per questo non si avvicinavano. L&#8217;eccesso: prima l&#8217;aveva osservato in natura, come fosse un destino. Poi le era scivolato dentro, e vi era rimasto.<br \/>\nL&#8217;estate era solo all&#8217;inizio. Lei riprese la vita di sempre, con i lavori di casa, gli animali, il fieno. Rivide la scuola di montagna tra i cespugli spontanei, vuota. I bambini sarebbero tornati in autunno. Rifece i sentieri che conosceva, ripass\u00f2 le specie degli alberi che cambiavano con l&#8217;altitudine.<br \/>\nUn giorno and\u00f2 oltre e sal\u00ec fino al passo. Da l\u00ec si scopriva tutta la valle, coi tetti minuscoli nel verde. Le cime intorno erano pi\u00f9 vicine, e le entr\u00f2 nei polmoni un&#8217;aria differente, pi\u00f9 sottile. Si sent\u00ec leggera e piena di una gioia imprevista, come chi, dopo tanto lavoro, si sveglia da un sonno profondo e si accorge che \u00e8 festa. Un momento cos\u00ec sarebbe rimasto unico nei suoi ricordi.<br \/>\nIn basso la vita scorreva seguendo il ciclo del sole. Le giornate pi\u00f9 lunghe dilatavano il tempo, e l&#8217;aria si caricava di luci differenti a ogni ora del giorno. Lei ne osservava ogni sfumatura e la riproduceva con polveri colorate mescolate con l&#8217;acqua. Ci metteva la stessa precisione di quando, da bambina, disegnava la neve a matita. Ripeteva la natura come allora, con tutta l&#8217;energia di cui era capace.<br \/>\nA fine estate una serie di temporali batt\u00e9 la zona per giorni e giorni. Il ruscello salt\u00f2 via dal suo letto, un tratto di crinale smott\u00f2 fino alle case, alcuni animali scapparono via. Le nuvole si stringevano tra loro fino a riempire il cielo e tutta l&#8217;elettricit\u00e0 dell&#8217;aria si concentrava in quella zona, scaricandovi fulmini a ripetizione e tuoni prolungati che si frangevano sui vetri. E se l&#8217;orizzonte si apriva, era solo per rovesciare scrosci d&#8217;acqua che la terra faticava a ricevere.<br \/>\nSi cerc\u00f2 di resistere dividendo tutto, anche il danno, secondo una disciplina ferrea che tra s\u00e9 e l&#8217;altro non faceva distinzione. L&#8217;istinto di sopravvivenza alimentava un&#8217;uguaglianza forte quanto la rabbia della natura. Fu in quei giorni che le ritornarono in mente i compagni, le scarpe, i quaderni e i giudizi degli insegnanti: perch\u00e9 quelle differenze? Non sapeva rispondere, e ripens\u00f2 alla storia che aveva abbandonato.<br \/>\nIl cielo si ripul\u00ec poco prima dell&#8217;autunno, ma il sole pi\u00f9 lontano non compensava la freschezza dell&#8217;aria. Scaldava soltanto a met\u00e0 giornata, eliminando tardi l&#8217;umidit\u00e0 della notte. La luce spariva dietro la casa nel primo pomeriggio e accorciava tutto, la giornata e la vista. Tranne le ombre degli alberi che, distendendosi, annunciavano il buio e il bisogno di fuoco.<br \/>\nMentre la pienezza della natura si ritraeva pian piano, lei decise di andare all&#8217;universit\u00e0 per studiare la storia. Dove viveva il treno non arrivava, bisognava camminare molto fino alla stazione. Da l\u00ec nasceva un solo binario, orientato in direzione opposta alle montagne, che attraversava tutta la valle e poi si diramava per toccare citt\u00e0 sempre pi\u00f9 grandi. Una volta l&#8217;avevano portata a vederlo, poche carrozze sempre piene di gente. Aveva sognato di salirci, per vedere paesaggi differenti e costruzioni fitte come foreste.<br \/>\nVi sal\u00ec davvero in pieno autunno, mentre scendeva una pioggia sottile che pi\u00f9 in alto era neve. Salut\u00f2 i genitori dal finestrino, con la mano e un sorriso rassicurante che conserv\u00f2 finch\u00e8 non li vide rimpicciolire, fermi di spalle alla stazione, per poi sparire coperti da una curva ampia e definitiva.<br \/>\nNon si volse pi\u00f9 indietro. Il treno corse tra valli e catene di monti, segu\u00ec la sponda di un lago immenso che poi divent\u00f2 terra lavorata a perdita d&#8217;occhio. Piccoli specchi d&#8217;acqua, sparsi qua e l\u00e0, riflettevano il cielo velato dalla nebbia. Poi macchie di cemento sempre pi\u00f9 vicine sostituirono i campi diventando paesaggio, un unico paesaggio grigio. Quando distinse fabbriche e palazzi cap\u00ec d&#8217;essere arrivata.<br \/>\nIl treno la lasci\u00f2 sul ciglio d&#8217;un mondo differente. Uscita sul piazzale oltre i binari, la citt\u00e0 intera le si mosse incontro e lei si lasci\u00f2 prendere. L&#8217;aveva studiata a lungo sulla carta, memorizzando reticoli di strade, piazze e fermate d&#8217;autobus, ma vedendola si sent\u00ec confusa. Reag\u00ec subito cercando l&#8217;universit\u00e0 e, poco lontano, la sua nuova stanza.<br \/>\nUna folla frenetica sciamava in strada fin dalle prime ore del mattino. Gruppi di studenti riempivano aule enormi e poi se ne andavano in fretta, disperdendosi. Lei stava in disparte e osservava, proiettando la sua identit\u00e0 nelle tante che le passavano accanto. La sera ritornava in se stessa, nella solitudine del suo spazio.<br \/>\nPresto mise da parte le figure geometriche con cui era cresciuta e riprese la storia. Fatti e interpretazioni le scivolarono dentro, in un archivio unito dal filo teso delle disuguaglianze. La conoscenza si fece parte della sua coscienza. Come in passato, per\u00f2, i libri presto le diventarono inutili. Li lasci\u00f2 in camera, accatastati in un angolo, e usc\u00ec.<br \/>\nNei sobborghi e nelle fabbriche studi\u00f2 l&#8217;ingiustizia, raccogliendo prove e testimonianze. Discriminazione, disoccupazione, sfruttamento: si costru\u00ec un nuovo vocabolario, con parole animate dai volti e dalle voci di chi le definiva con esempi di vita.<br \/>\nAlla natura aveva sostituito i bisogni di una parte d&#8217;umanit\u00e0, che voleva perfetta come la neve della sua infanzia. Da quel momento, di lei, i suoi non seppero pi\u00f9 nulla.<br \/>\nLa arrestarono in primavera per attivit\u00e0 sovversiva. Fin\u00ec in una cella che la conteneva appena, con il soffitto basso e senza finestre. Una pedana di legno, appena sollevata da terra, sotto una coperta ruvida fingeva di essere un letto. Una luce gialla e uniforme, forte, restava continuamente accesa. Come una scossa continua le feriva gli occhi, e le attraversava il cervello insieme al rumore del nulla, acuto, subliminale.<br \/>\nLa sua identit\u00e0 si scisse: una parte presente, stordita e insensibile, e un&#8217;altra pi\u00f9 remota, ombra cosciente della prima. Corpo e mente si appoggiavano a caso sull&#8217;una o sull&#8217;altra, in una vertigine mista di realt\u00e0 e allucinazione. Con un respiro a due ritmi, corto nell&#8217;ansia e lungo nell&#8217;abbandono, tent\u00f2 pi\u00f9 volte di consumare tutta l&#8217;aria per svenire in fretta e poi morire, ma l&#8217;ossigeno arrivava per canali invisibili e la manteneva in vita. Il tempo non c&#8217;era pi\u00f9, era fuori col mondo, con gli altri. Sospesa in un attimo infinito, si gir\u00f2 attorno per cercarlo. Non c&#8217;erano orologi e la luce fissa confondeva giorno e notte. Si attacc\u00f2 al polso per misurare con i battiti la durata dei minuti. Prov\u00f2 a contarli, ma i battiti acceleravano. Si stese sul legno della pedana e si pieg\u00f2 su un fianco. Desiderava morire, in parte era morta.<br \/>\nI carcerieri la distrussero con lentezza per osservarne il cambiamento. Con una telecamera nascosta rilevarono ogni reazione. Senza farsi vedere, introducevano in cella un vassoio minuscolo con pillole di colori differenti e un liquido trasparente che sembrava acqua. Un biglietto diceva di inghiottire tutto. Lei obbediva, poi depositava in un altro vassoio la restituzione sempre pi\u00f9 scarsa e inodore di ci\u00f2 che il corpo non assorbiva. Era uno scambio inorganico, niente che somigliasse pi\u00f9 a un ciclo vitale. Respiro e battito si fecero sempre pi\u00f9 deboli, sonno e veglia si fusero in uno stato catatonico, rilevato da grafici sempre pi\u00f9 piatti. Persa in una contemplazione fissa del nulla, sorda al vibrare acuto del silenzio e cieca alla luce continua, stava pietrificando.<br \/>\nCostruirono la scena finale impiccandola con un lenzuolo. Poi eseguirono l&#8217;autopsia e separarono dal corpo il cervello, che spedirono in laboratorio. Lo rovistarono per anni, inutilmente, alla ricerca di una radice patologica che motivasse la sua ribellione.<br \/>\nQuando seppellirono il resto nevicava appena.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Appena dopo la sua nascita la neve smise di cadere. 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