{"id":3166,"date":"2013-01-14T11:00:40","date_gmt":"2013-01-14T10:00:40","guid":{"rendered":"http:\/\/www.marinadellabella.it\/?p=3166"},"modified":"2014-07-07T16:00:42","modified_gmt":"2014-07-07T15:00:42","slug":"la-vita-in-una-camera-a-mano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.marinadellabella.it\/?p=3166","title":{"rendered":"La vita in una camera a mano"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/www.marinadellabella.it\/?attachment_id=3172\" rel=\"attachment wp-att-3172\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-3172\" title=\"Jean-Pierre e Luc Dardenne\" src=\"https:\/\/www.marinadellabella.it\/wp-content\/uploads\/2013\/01\/Jean-Pierre-e-Luc-Dardenne.jpg\" alt=\"\" width=\"255\" height=\"198\" \/><\/a>Visti uno dopo l&#8217;altro tre film dei fratelli Dardenne (<em>Rosetta<\/em>, <em>Il figlio<\/em> e <em>L&#8217;enfant<\/em>) mi \u00e8 tornato l&#8217;amore per la camera a mano che avevo a vent&#8217;anni. Allora si parlava di steadicam (sistema che permetteva all&#8217;operatore di portare la macchina da presa con il corpo, ammortizzando i propri movimenti per garantire &#8211; cos\u00ec pensavo, e la cosa non mi convinceva &#8211; un maggior livello di finzione) ma anche di macchine leggerissime da usare direttamente a mano. Di queste credo di aver sentito discutere per la prima volta in riferimento a Herzog e alla sua esperienza molto particolare di documentario (es. <em>La soufri\u00e8re<\/em>), cos\u00ec importante anche per alcuni suoi film degli anni successivi.<br \/>\nLa macchina a mano, insieme alla &#8220;grana grossa&#8221; della presa diretta, mi sembravano necessari per portare la realt\u00e0 dentro il cinema, impedendole di svaporare attraverso qualche trucco tecnico-estetico che ne riducesse l&#8217;impatto e la bellezza. In seguito, com&#8217;\u00e8 naturale che sia,\u00a0la mia esperienza del linguaggio cinematografico si \u00e8 un po&#8217; ampliata. Nonostante questo, la rigorosa dichiarazione d&#8217;amore per la realt\u00e0 che i Dardenne sparano dritta con una camera a mano mi convince ancora molto.<br \/>\nLa loro \u00e8 una realt\u00e0 estrema e delicata, intatta e anche per questo aperta alla possibilit\u00e0 umana di cambiamento e riscatto, che trova soltanto dentro se stessa i modi per darsi e insieme raccontarsi, comunicandoci anche una capacit\u00e0 di speranza che diventa tutt&#8217;uno con quella di chi fa il film. Perch\u00e9 se \u00e8 ancora possibile braccarla con l&#8217;implacabilit\u00e0 di un divenire altro dalla grande finzione del mercato (e dagli infiniti giochi di specchi che graduavano il lavoro cinematografico dal documentario al film, ora appiattiti in un&#8217;unica visione della vita come falso, purtroppo per sua stessa natura), se \u00e8 ancora possibile stanare un sentimento vero, anche solo in abbozzo, dentro la rappresentazione di una periferia urbana ormai al suo ultimo atto, allora vuol dire che un piccolo grumo di coscienza, o di inizio di coscienza, pu\u00f2 nascondersi ovunque, in noi e intorno a noi. Basta solo cercarlo e ricominciare da l\u00ec: questo ci dicono i Dardenne, con una camera a mano che morde la vita come un cane randagio, senza uno straccio di effetti o di musica, per farsi sentire meglio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Visti uno dopo l&#8217;altro tre film dei fratelli Dardenne (Rosetta, Il figlio e L&#8217;enfant) mi \u00e8 tornato l&#8217;amore per la camera a mano che avevo a vent&#8217;anni. 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