{"id":3374,"date":"2013-07-08T16:25:47","date_gmt":"2013-07-08T15:25:47","guid":{"rendered":"http:\/\/www.marinadellabella.it\/?p=3374"},"modified":"2014-07-07T16:00:22","modified_gmt":"2014-07-07T15:00:22","slug":"meno-pop-e-piu-popolare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.marinadellabella.it\/?p=3374","title":{"rendered":"Meno pop e pi\u00f9 popolare"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/www.marinadellabella.it\/?attachment_id=3377\" rel=\"attachment wp-att-3377\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft  wp-image-3377\" title=\"Ubu roi\" src=\"https:\/\/www.marinadellabella.it\/wp-content\/uploads\/2013\/07\/Ubu-roi-195x300.jpg\" alt=\"\" width=\"193\" height=\"296\" srcset=\"https:\/\/www.marinadellabella.it\/wp-content\/uploads\/2013\/07\/Ubu-roi-195x300.jpg 195w, https:\/\/www.marinadellabella.it\/wp-content\/uploads\/2013\/07\/Ubu-roi-666x1024.jpg 666w, https:\/\/www.marinadellabella.it\/wp-content\/uploads\/2013\/07\/Ubu-roi.jpg 977w\" sizes=\"auto, (max-width: 193px) 100vw, 193px\" \/><\/a>Se il termine \u201cpopolare\u201d, necessario per la nostra sopravvivenza di entit\u00e0 collettiva, si trasforma in \u201cpop\u201d qualche rischio c&#8217;\u00e8. Le scorciatoie del linguaggio spesso anticipano, favoriscono e nello stesso tempo rispecchiano un impoverimento della realt\u00e0 e del suo senso primario. Se si sposano poi con derive estetiche, e pratiche al loro servizio, finiscono per allontanarci da un fine oggi necessario: salvare la nostra identit\u00e0, conquistando spazi non omologati di relazione sociale e di emozioni.<br \/>\nL&#8217;autenticit\u00e0 di un&#8217;esperienza, il suo scavo nell&#8217;intimo della persona e nella sua fisicit\u00e0 spesso scissa, la sua forza perturbante capace di innescare una \u201ckrisis\u201d (nel senso che il termine greco porta con s\u00e9, di punto critico e insieme di cambiamento): queste sono le opzioni che oggi dovremmo praticare per vivere davvero come corpo sociale, che sente e sperimenta, sceglie e agisce.<br \/>\nPer questo i prodotti della spettacolarizzazione, i format che mettono insieme la riflessione e la sua estetizzazione, andrebbero maneggiati con prudenza, evitando livelli di superficialit\u00e0 e di interferenza che allontanino il pensiero dalla sua funzione generatrice di senso.<br \/>\nQuesta premessa nasce un po&#8217; per caso a margine di Popsophia, festival dedicato alla relazione tra filosofia e \u201cpop\u201d, quest&#8217;anno trasferito da Civitanova Marche a Pesaro.<br \/>\nCi si domanda, infatti, cosa possa restare delle sue tante suggestioni in spettatori messi davanti a un palco che replica se stesso in un grande schermo, fingendo una diretta televisiva. Ancora una volta si sacrifica una platea al talk show che vince su tutto, anche sui messaggi di un&#8217;\u00e9lite filosofica chiamata ad esser l\u00ec fisicamente. Perch\u00e8, tanto per fare qualche nome, Umberto Curi, Umberto Galimberti, Giacomo Marramao e addirittura Marc Aug\u00e9 sul palco c&#8217;erano eccome, con cuori e menti, pensieri e passioni.<br \/>\nE dire che ci sarebbe tanto da discutere insieme, proprio a partire dalle loro posizioni. Quella di Aug\u00e9, ad esempio, pensatore cos\u00ec chiaro e profondo, attratto dalla relazione con l&#8217;altro come parte costitutiva del s\u00e9, dalla scienza come possibilit\u00e0 di ricerca modesta e rigorosa, dall&#8217;esperienza etnologica come fonte primaria di riflessione che riannoda pi\u00f9 fili: quello esistenzialista e fenomenologico ma anche quello pi\u00f9 strettamente politico delle differenze e delle disuguaglianze, dei diritti, del fallimento strutturale dell&#8217;utopia liberale.<br \/>\nE poi si potrebbe parlare di Umberto Curi, infaticabile nell&#8217;ascolto e nella scelta molto attenta delle proprie parole, e poi spalla preziosa, generatrice appunto di dialogo. Come quello che si desidererebbe avere in merito al suo nesso ingeneroso tra democrazia diretta e vaneggiamento, che nega dignit\u00e0 a un bisogno di molti, dovuto anche a un crollo disperante delle spinte sociali che hanno attraversato il Novecento.<br \/>\nE cos\u00ec via anche nei confronti degli altri pensatori, in parte accomunati dalla difficolt\u00e0 di confrontarsi con il secolo corrente, forse proprio per quel Novecento che pesa: non tanto rispetto a vecchie e nuove emergenze democratiche, rese qua e l\u00e0 con sguardo lucido e senza tanti sconti, quanto a quegli spunti di novit\u00e0 che in un tessuto sociale anestetizzato stanno nascendo. Certamente si tratta di spunti espressi da elaborazioni ancora grezze e prive di sistematicit\u00e0, ma rimandano a esperienze pratiche che si stanno diffondendo per incidere, per quel che possono, nella direzione di un cambiamento che \u00e8 anche opzione di salvezza.<br \/>\nDetto altrimenti, e per tornare alla riflessione principale, chi mette i filosofi su un palco in posizione mediatica e distinta dal pubblico, finisce di fatto per allontanare una possibilit\u00e0 di filosofia sociale e militante, da integrarsi non soltanto con gli altri saperi (anch&#8217;essi sociali e militanti, pena un&#8217;inutilit\u00e0 che oggi non possiamo pi\u00f9 permetterci) ma anche con pratiche diffuse e soprattutto con un&#8217;intelligenza collettiva e critica che connetta, rielabori, agisca per il cambiamento.<br \/>\nNemmeno l&#8217;intenzione di coniugare la cultura alta con quella bassa pu\u00f2 giustificare il troncamento in \u201cpop\u201d della parola \u201cpopolare\u201d: perch\u00e9 alto e basso si incontrino non basta reiterare un suffisso facendone parola, bandiera e status. Occorre invece che si confrontino tra loro quelli che le culture, alte e basse, le fanno davvero.<br \/>\nDate alcune premesse estetico-comunicative ed emotivo-relazionali come costitutive dell&#8217;essenza stessa di una performance collettiva, \u00e8 stata ad esempio di grande efficacia la rappresentazione di \u201cUbu roi\u201d dello storico Teatro della Rancia di Saverio Marconi. Una metafora molto diretta del potere e dei suoi meccanismi (gi\u00e0 presente nel testo fine-ottocentesco del suo autore Alfred Jarry, cos\u00ec premonitore di tanta attuale assurdit\u00e0) \u00e8 andata in scena con elementi marionettistici eterodiretti che hanno immediatamente evocato le forme del potere finanziario e politico dei giorni nostri. Due sorprese in una: per una forza espressiva libera da mediazioni e per una incursione della Rancia nel teatro di riflessione pi\u00f9 direttamente politico-sociale. Non a caso mi \u00e8 tornata in mente una grande svastica apparsa sulla scena di \u201cCabaret\u201d parecchi anni fa, che Marconi stesso spieg\u00f2 come forte ed esplicita significazione dei rischi degli anni a venire. Chiss\u00e0 se, dopo decenni di musical, una qualche urgenza sociale non gli stia suggerendo nuove strade teatrali da percorrere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se il termine \u201cpopolare\u201d, necessario per la nostra sopravvivenza di entit\u00e0 collettiva, si trasforma in \u201cpop\u201d qualche rischio c&#8217;\u00e8. 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