{"id":3905,"date":"2014-08-15T18:26:38","date_gmt":"2014-08-15T17:26:38","guid":{"rendered":"http:\/\/www.marinadellabella.it\/?p=3905"},"modified":"2014-08-15T22:12:38","modified_gmt":"2014-08-15T21:12:38","slug":"in-difesa-dei-cardi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.marinadellabella.it\/?p=3905","title":{"rendered":"In difesa dei cardi"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/www.marinadellabella.it\/wp-content\/uploads\/2014\/08\/Quasiunabbecedario.jpeg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft  wp-image-3909\" src=\"https:\/\/www.marinadellabella.it\/wp-content\/uploads\/2014\/08\/Quasiunabbecedario.jpeg\" alt=\"Quasiunabbecedario\" width=\"135\" height=\"222\" \/><\/a>E&#8217; uscito postumo per Casagrande un libro di Giorgio Orelli curato da Yari Bernasconi e intitolato <em>&#8220;Quasi un abbecedario&#8221;<\/em>.<br \/>\nSul valore di quel <em>quasi<\/em>, nel titolo e oltre, si potrebbe discutere a lungo. Orelli stesso ne discute e ricorda che Saba gli sugger\u00ec di inserirlo in un suo novenario. Lui segu\u00ec il consiglio e quel novenario divent\u00f2 l&#8217;endecasillabo &#8220;in quest&#8217;alba che <em>quasi<\/em> non odora&#8221;. <em>Quasi<\/em> \u00e8 parente del <em>forse<\/em>, prosegue Orelli, e il <em>forse<\/em> era per Leopardi la parola pi\u00f9 poetica della lingua italiana. Tra il non detto e il dubbio, del <em>quasi<\/em> e del <em>forse<\/em>, si gioca parte di un meccanismo poetico che sottrae, sposta, allude.<br \/>\nChe poi il libro sia un vero abbecedario, o <em>quasi<\/em>, lo si deduce dall&#8217;ordinamento alfabetico che mostra, una dietro l&#8217;altra, definizioni molto discorsive e personali a partire da nomi comuni e propri. Da Anitra a Walser,\u00a0l&#8217;andamento un po&#8217; rabdomante fa s\u00ec che certe lettere non siamo presenti e certe altre, come la C, siano addirittura rappresentate da ben quattro nomi.<br \/>\nUno di questi \u00e8 <em>cardi<\/em>. Dice Orelli: una bella parola, con la prima sillaba dura e la erre implosiva. Appunto, ma per lui il cardo rappresenta quelle sue poesie, in versi o in prosa, scritte &#8220;civilmente, eticamente, politicamente&#8221;. Dunque poche e minori, per un pregiudizio che, chiamando in causa Dante e Montale, attesta la <em>quasi<\/em> impossibilit\u00e0 di una poesia dell&#8217;impegno.<br \/>\nSegue una <em>quasi<\/em> rivendicazione dei cardi che qua e l\u00e0 sono scappati anche a lui, anche in libri recenti, e poi una piroetta finale che sublima la sua pulsione <em>quasi<\/em> fosse una colpa: <em>&#8220;I cardi&#8230;della val Piumogna. La sera, al tramonto, s&#8217;accendono fino a diventare accecanti. Quelli sono i cardi a cui penso, sempre&#8221;.<\/em> Cos\u00ec \u00e8 pace fatta con la splendida bile oraziana, inconciliabile con la poesia profonda.<br \/>\n<em>Eppure<\/em> (o <em>forse<\/em> o <em>quasi<\/em>, se pi\u00f9 poetici) gran parte della nostra esistenza \u00e8 proprio dentro quei cardi spinosi, nell&#8217;inconciliabilit\u00e0 come condizione di un esercizio critico umano e necessario, ben oltre ogni sublimazione e ogni subdola tentazione di canto. E portare quei cardi fin dentro la profondit\u00e0 della poesia \u00e8 l&#8217;unica strada possibile. O forse impossibile, ma comunque bisogna provarla e soprattutto crederci.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>E&#8217; uscito postumo per Casagrande un libro di Giorgio Orelli curato da Yari Bernasconi e intitolato &#8220;Quasi un abbecedario&#8221;. Sul valore di quel quasi, nel titolo e oltre, si potrebbe discutere a lungo. 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