Intervallo

In queste ore di silenzio elettorale prima dei ballottaggi in varie città italiane faccio passare sullo schermo parole di quarant’anni fa, sempre più convinta che per fortuna alcuni tentativi di ricostruzione (confusi, difficili, tanto ostacolati quanto necessari) siano in corso. Si tratta di processi sociali che avanzano, nonostante la potenza di fuoco dei poteri finanziari e partitici, nonostante l’asservimento dei media, e anche indipendentemente dai risultati elettorali.

“In un tempo brevissimo, la popolazione perderà fiducia non soltanto delle istituzioni dominanti, ma anche di quelle specificamente addette a gestire la crisi. Da un giorno all’altro importanti istituzioni perderanno ogni rispettabilità, qualunque legittimità, insieme con la loro reputazione di servire il bene pubblico.

Bisognerebbe essere indovini per predire quale serie di eventi svolgerà il ruolo del crollo di Wall Street e scatenerà la crisi incombente; ma non occorre essere geni per prevedere che si tratterà della prima crisi mondiale non più localizzata dentro il sistema, ma che metterà in gioco il sistema in sé.

Ci resta ancora una possibilità di capire le cause della crisi globale che ci minaccia e di prepararci appunto a non confonderla con una crisi parziale, interna al sistema. Se vogliamo anticiparne gli effetti, dobbiamo indagare in che modo una brusca trasformazione potrà condurre al potere gruppi sociali fino a quel momento soffocati. Essi non costituiscono un partito, ma sono i portaparola di una maggioranza di cui ognuno potenzialmente fa parte. I loro appelli all’austerità equilibrata e gioiosa potranno assumere il valore di un programma, spiegando chiaramente che cosa vogliono, che cosa possono e di che cosa non hanno bisogno.

Non mi riferisco a un partito politico destinato a prendere il potere nel momento della crisi. Lo Stato-nazione è diventato guardiano di strumenti così potenti che non può più svolgere il suo ruolo di quadro politico. I partiti sostengono uno Stato il cui scopo dichiarato è la crescita del Prodotto interno lordo: è inutile contare su di essi quando arriverà il peggio.

Una crisi generalizzata apre la strada a una ricostruzione della società”

(da: Ivan Illich, La convivialité, 1973)

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Stanza numero quattro

Apre finestre questa casa
di mattone rosso
sull’erba fiorita,
alberi uno d’ogni specie
e due altalene
per grandi e bambini
tracce di qualche nevrosi
nel contorno degli occhi
e poi nient’altro
anche la rasatura rinfoltisce
e la rabbia si placa

s’è lavorato con tenacia
alle pareti e alla terra,

ora abbiamo il raccolto:
frutta vino
e pani levigati
insieme alla coscienza
nel corso dei giorni

e una piccola pace,
sorella minore
delle nostre battaglie (1996)

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Il cerchio della paura

“L’offensiva dell’accumulazione neoliberista passa evidentemente attraverso la distruzione dei diritti sociali esistenti, attuata attraverso la criminalizzazione delle resistenze popolari (col pretesto in particolare di emanare legislazioni “antiterroriste”). Viene così disposta una panoplia di ordinamenti che vanno a costituire una sorta di nuova “legge sui poveri”, mirante a rafforzare il controllo sociale… Ma in risposta a tutto ciò emergono nuove forme di resistenza da parte delle popolazioni spossessate… in nome della difesa dei servizi pubblici, della sovranità energetica e alimentare…, dei beni comuni (acqua, terra, aria, risorse biologiche ed ambientali)… O, più semplicemente, si scatenano lotte per il diritto di avere diritti…” (Gli spossessati, Ombre corte, 2009, p. 73).

Le parole di Daniel Bensaïd, filosofo francese scomparso qualche anno fa, tracciano una fotografia anche dell’Italia di oggi. Qui i tentativi dal basso di difendere beni, servizi pubblici e diritti hanno come contraltare lo spossessamento attuato dall’alto per decretazione d’urgenza. Questo non può che accompagnarsi a un regime di paura, a uno stato di polizia che si anticipa nelle parole di ministri e giornalisti compiacenti. Pericolo terrorismo e intervento dell’esercito sbattuti in prima pagina, sostenuti da teoremi giornalistici che collegano forme di critica e di impegno sociale a chissà quale oscura regia eversiva, non fanno che accrescere insicurezza e paura in chi già soffre di precarietà, di crisi economica e anche dell’impossibilità di autodeterminarsi attraverso pratiche positive e collettive che ridiano futuro.

Per un’analisi chiara di come ha sempre agito la violenza in Italia, di piazza e clandestina, occorrerebbero almeno due condizioni: una lettura trasparente del funzionamento dei servizi segreti e delle forze di sicurezza pubblica e la rinuncia a ogni strumentalizzazione per fini di controllo sociale. Né l’una né l’altra sono all’ordine del giorno del governo, che ha appena nominato sottosegretario all’intelligence Gianni De Gennaro, parte di quella catena di comando che a Genova nel 2001 determinò ciò che Amnesty International definisce “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. E che utilizza un attentato (su cui sono in corso indagini) e alcuni atti di ribellione (dovuti principalmente all’esasperazione per la crisi) per inoculare nel paese la paura e per giustificare un controllo più forte del territorio.

La paura sposta l’attenzione dai veri problemi, toglie lucidità e forza, rende deboli, subordinati, ricattabili. Il pugno di ferro è la negazione dell’intelligenza umana e la scorciatoia più facile per l’autoritarismo.

Alla svolta autoritaria, che nell’occupazione forzosa delle istituzioni di fatto in Italia si è già compiuta, manca non tanto il pugno di ferro (già all’opera un po’ ovunque) quanto la sua legittimazione per decreto d’urgenza. Ma a breve arriverà anche quella, perché serve a portare a termine senza troppi intralci quello che Bensaïd chiama spossessamento, e che può definirsi costo di una crisi di sistema scaricato sui deboli, affinché il sistema stesso e i suoi potenti ne escano indenni e rafforzati. Inoltre, chi non ha interesse ad intervenire sulle cause del disagio sociale non ha certo intenzione di gestirne le conseguenze.

Così il cerchio si chiude e il giro ricomincia, con disagio sociale, violenza, paura e autoritarismo autoprodotti da chi ci governa per la sua sola sopravvivenza. Per la nostra, invece, non c’è altra strada che uscire da quel cerchio.

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Era la festa del lavoro

Il primo maggio era la festa del lavoro, oggi è un misto irriconoscibile: giornata di lavoro come tutte le altre, giornata di lutto per chi muore di lavoro o di crisi. Spero tanto che qualcuno stia tenendo la lista delle morti bianche e quella dei suicidi di ogni età e condizione sociale, che si allungano di giorno in giorno.

Se il mercato comanda, uccide: c’è poco da fare. Pennivendoli e pseudointellettuali, che si buttano sempre dalla parte che più a loro conviene, possono sprecare tutto l’inchiostro che vogliono per spiegarci che il mercato ha sfamato e il comunismo ucciso milioni di persone: le liste dei morti per neoliberismo chi le aggiorna, la Bocconi o Il Corriere della sera?

Nunzia a settantotto anni è volata dal balcone a Gela, Dimitris a settantasette anni si è sparato in piazza Syntagma, davanti al parlamento greco: erano due pensionati. L’elenco potrebbe continuare con nomi di imprenditori, licenziati e disoccupati, in Italia come in Grecia. Muoiono giovani, uomini di mezza età, a volte pieni di vita e anche politicamente impegnati.

Questo è il volto feroce della ristrutturazione del capitale drogato dalla finanza, transnazionale, cinico oltre ogni umana misura. E osceno, perché quando anche la morte viene ricondotta all’ineluttabilità di un destino economico, e posta quindi sullo stesso piano o addirittura al di sotto delle necessità dettate dalla ragione di mercato, vuol dire che si è compiuto pienamente quel rovesciamento di valori che sottopone l’umanità come oggetto e merce all’onnipotenza incontrollata di qualche carnefice.

Il sistema ci vorrebbe esattamente così, devitalizzati, fuori dal circuito delle decisioni, pronti in fila per una morte autoprocurata che ci eviti di gravare sul bilancio dello stato. A una simile aberrazione non bisogna arrendersi, cedendo alla paura o più semplicemente  abituandosi. Guai a isolarsi, a chiudersi nella vergogna di un fallimento, nell’impotenza che schiaccia, nel senso di colpa che annienta.

Oltre a quello che può essere fatto con la sola buona volontà servono anche professionisti: psicoterapeuti di strada, disponibili gratuitamente per chi non ce la fa. Esistono già in Italia esperienze simili?

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Stanza numero tre

S’appoggia su una gamba sola
al pavimento e preme
ballerina di punta s’inarca
sul fianco e controlla il profilo

cede una nota muta
al piedistallo di marmo,
passa dall’iride al bianco
la presenza di sé

cova lo sforzo del cuore
in un riposo apparente

bolscevico il teatro, patetico l’assolo…

ora è meglio guardarsi
amo con panico e tic rassicuranti
mentre penso alla fuga,
aderirmi è mania

come mi allevia per istanti di cura
prendermi a bàlia,
sublimare fessure in biancherie
senza età
vedi com’è pesante questa calza
invernale

parla così al ritorno dalla prova
quindi si slega tutta
dai capelli alle scarpe
e si siede sul letto:
da ferma si stende diligente (1996)

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Grillo e altre pestilenze

Più si avvicinano le elezioni amministrative e più aumenta l’aggressività verbale di politici, giornalisti e opinionisti nei confronti di Beppe Grillo. Che intanto se la ride e raccoglie nel suo blog filmatini esilaranti di chi prova a definirlo lanciandosi in paragoni e appellativi strampalati. E’ un vero florilegio quello alimentato quotidianamente da vari personaggi dello spettacolo: come definire altrimenti Bersani, Casini, Crosetto, D’Alema, Mussi, Napolitano, Scalfari, Storace e Vendola mentre si danno all’avanspettacolo tentando di rubargli il mestiere?

Per una consultazione più agevole, il repertorio andrebbe ordinato alfabeticamente. Tanto per fare un esempio, alla lettera G si trova sia il paragone con il Gabibbo (griffato D’Alema) sia quello con Goebbels (piombato Crosetto). E poi quante definizioni: Grillo è antipolitico, demagogo, dilettante, populista, uomo qualunque, sfascista… Se ne so così tante io, che evito la maggior parte dei media, non oso pensare quanto altro si siano inventati.

Il motivo di questa febbre contagiosa è chiaro: lo scaricare su altri il proprio fallimento politico è uno psicodramma che a ogni scadenza elettorale si ripete, a dimostrazione di quanto i partiti (i soli veri antipolitici a fronte di movimenti che invece fanno politica sul serio) siano incapaci di autovalutarsi e di rigenerarsi.

Inventare una nuova peste e il suo untore di turno è quanto di più irrazionale e inadeguato un politico possa fare. Se poi la mistificazione si tinge di parodia e parossismo il cortocircuito comunicativo è assicurato e produce nel pubblico reazioni alterne. Ad esempio, Bersani che ripete come un automa parole già dette da Napolitano, e poi allude a un episodio tristissimo della vita di Grillo per il quale oggi non sarebbe candidabile, prima genera compassione e poi ribrezzo.

Ma di quale spessore politico sono fatti questi personaggi? E come possono permettersi di giudicare le capacità politiche di un comico che corre libero nel deserto che loro stessi hanno lasciato? Come possono alludere alla disonestà di un uomo per la sola sua colpa (se così può definirsi) di un grave incidente stradale, quando portano sulle spalle l’infinito elenco di nefandezze pubbliche di una stessa classe politica in sella da oltre sessant’anni?

Se la tangentopoli dei primi anni Novanta fosse stata gestista fino in fondo, portando alla luce gli scheletri di tutti i partiti compreso quello di Bersani, si sarebbe potuto ricominciare da zero, con liste civiche di cittadini onesti. Ci abbiamo anche provato, ma il trasformismo omertoso e gli interessi di parte hanno vinto. E oggi ci risiamo: gli scandali e gli errori dei partiti si moltiplicano, ma se un movimento prova a ricominciare da zero, tirando dritto per evitare alleanze pericolose e imboscate di ogni tipo, i partiti lo attaccano con i modi che hanno: antidemocratici, sleali, scomposti.

Grillo e il suo movimento non hanno bisogno di difensori, né io mi sento sempre vicina alle loro proposte. Una cosa però è certa: quelle proposte sono molto più utili e innovative di tanti copia e incolla distribuiti nelle campagne elettorali, vengono dal contributo di esperti di tutto rispetto, nascono dal basso e poi vengono condivise in rete. Non mi sembra poco. E poi, se non ci fossero stati il blog di Grillo e Il fatto quotidiano, l’informazione in Italia sarebbe stata molto più padronale e deviata.

Marco Travaglio, ad esempio, mi è politicamente lontano ma fa il suo lavoro di giornalista con rigore e coraggio. Per chi crede nella libertà di stampa questo fa la differenza.

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Il Fiore della Resistenza

Vi racconto il 25 aprile da queste parti: in piazza un presidente della repubblica che, ancora una volta fuori dal solco istituzionale, se la prende con un movimento di cittadini candidato alle prossime amministrative; poco lontano Forza nuova autorizzata a manifestare; più oltre il mercato, con bancarelle e negozi aperti mattina e sera. Tutto nel giro di pochi chilometri: un po’ di campagna elettorale filogovernativa, un po’ di sincero nazifascismo, e tanto tanto shopping. Tre fatti ugualmente gravi, che insieme rappresentano la prova più evidente di quanto si sia ormai lontani dai valori della Resistenza. Sul primo e sul secondo fatto, non essendo novità, c’è poco da dire, se non per gli strascichi successivi: delle parole del presidente della repubblica, ripetute più o meno a memoria nei giorni successivi da giornalisti e rappresentanti di partito che, vittime della loro stessa inaffidabilità, tentano in ogni modo di rimanere a galla; della pericolosità crescente di Forza nuova, che nel frattempo ha minacciato di morte il magistrato antimafia Antonio Ingroia in un proclama delirante che inneggia alla guerra civile.

Sul terzo fatto, del tutto nuovo, c’è invece da dire che è effetto delle liberalizzazioni introdotte dal governo Monti, da chi l’ha voluto e da chi lo sostiene. Qualcuno provi a spiegarmi quali risultati positivi si possono ottenere rendendo liberi orari e giornate di apertura degli esercizi commerciali. La tendenza che ne consegue è l’ampliamento di orario e non certo una restrizione, magari razionalizzata e più sostenibile. Tutti si vedono costretti ad aprire di più per vendere gli stessi quantitativi o anche meno, perché l’orario prolungato non risolve il problema di fondo che è la mancanza di soldi per comprare. Inoltre, come potranno i piccoli esercenti creare nuovi posti di lavoro per aprire di più? Ci sono negozi che a malapena vanno avanti con una o due persone, che saranno costrette a intensificare la loro presenza lì e non a casa, ad esempio. Come potranno gestire i carichi familiari, i figli, gli anziani? E se stessi? Ma si sa che il mercato funziona così, i pesci grossi mangiano quelli piccoli, e nei pensieri di questo governo c’è la grande distribuzione e non certo la sopravvivenza – fisica, psichica, economica, familiare – del piccolo bottegaio di quartiere.

Il 25 aprile ho camminato dalla mattina alla sera nella città in cui vivo alla ricerca di un negozio chiuso. Alla fine l’ho trovato, e siccome non credevo ai miei occhi ho pure fotografato il cartello: “25 APRILE CHIUSO”. Tiè! Si tratta del piccolo alimentari di Fiorenzo, detto Fiore, da cui andavo quando ancora abitavo sul porto canale. Fiore è un artista dei panini, li farcisce con grande fantasia e dedizione. Gli sono riconoscente per tutti i panini che mi ha fatto ma anche per quella saracinesca chiusa, che mi ha reso la giornata un po’ meno amara.

In quello stesso giorno Monti accostava la Resistenza a questo periodo di crisi, coprendo con il drappo di Finanza & Mercato quel che ancora restava, almeno nell’immaginario, di una società più giusta e soprattutto più libera. Di fonte alla sua cinica e agghiacciante coerenza ne occorre un’altra di diverso segno, nelle piccole grandi scelte di tutti i giorni. Ad esempio, possiamo rifiutarci di comprare nei giorni di festa e in orari impossibili. Se siamo liberi soltanto in orari impossibili, possiamo chiedere una mano agli amici o, se ce lo possiamo permettere, possiamo pagare chi è senza lavoro perché faccia la spesa per noi. Inoltre boicottiamo la grande distribuzione, specie se aderisce ai grandi orari e apre di domenica e nelle feste civili e religiose. Se non l’abbiamo fatto finora, cominciamo dalla data più prossima cioè il primo maggio.

Mi rendo conto che parlare di comprare in un certo modo stride con questa crisi nera in cui pochi possono permetterselo, ma a maggiore ragione chi può deve spostare il più possibile l’economia dalla ricchezza sempre più garantita alla povertà sempre più abbandonata a se stessa. Anche per un motivo, se vogliamo, semplicemente egoistico: chi oggi può e non fa, domani non potrà che accrescere la schiera dei nuovi poveri.

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Nessuna conquista è per sempre

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Nessuna conquista è per sempre: così diceva Maria, figlia di uno dei sette fratelli Cervi fucilati dai fascisti. E aveva ragione. Vivere nelle proprie convinzioni non basta, occorre tanta attenzione nell’osservare i cambiamenti, tanta forza di volontà per contrastare quelli negativi e per battere strade differenti. Il più delle volte sono strade così in salita che non basta una vita per percorrerle tutte o per incontrare almeno una discesa che aiuti a riprendere fiato. Non fa niente, l’importante è provarci, e potersi dire fino all’ultimo giorno: io ci ho provato.

La Liberazione non è così lontana nel tempo eppure quello che significa concretamente si è perso nella totale dissipazione dei valori sui quali la nuova società si era fondata. Non siamo stati né buoni custodi né buone staffette, e il testimone della Resistenza che non passa di mano rischia di finire sottoterra insieme agli ultimi partigiani ancora in vita. Per unire la vita di un anziano e quella di un giovanissimo c’è rimasto pochissimo tempo, occorre un patto di memoria e di esempio da stringere in fretta. Le generazioni di mezzo non sembrano buone intermediarie, se lo fossero state oggi avremmo un paese meno fascista e razzista.

Mi torna in mente il mio primo 25 aprile passato in un comune di destra: per caso, in Liguria, ormai più di dieci anni fa. Lì ho sperimentato lo spaesamento che si prova di fronte a politici che se ne infischiano dei morti ammazzati e delle libertà conquistate. La banda cittadina suonava marcette mai sentite e l’inno di Mameli con scarsa convinzione. Una donna che mi era vicina si sentì in dovere di spiegare la brutta trasformazione del suo paese concludendo: come ci siamo ridotti, questi l’anno prossimo aboliscono anche la commemorazione.

Anni dopo sarei andata a vivere proprio in una città di destra. Lì il dolore per quel che si è perso diventa ogni giorno più sordo e più profondo, una specie di male che non si cura. Eppure una strada dovrà esserci, mi dico, una strada si troverà. Intanto cammino, e consumando scarpe resisto.

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Quando arrivava Giorgio

Nel paese in cui sono nata ho trascorso infanzia e giovinezza. Qualche ricordo riaffiora, e su tutti quello della bruttezza, marchio indelebile di palazzinari a braccetto con il piccì. Piccolo monumento al partito degli amministratori, impermeabile alle novità e ostile alla non appartenenza, ancora oggi ostenta il suo caos urbanistico. L’obbrobrio di casermoni che portano nome e cognome di chi li ha voluti anche nel centro storico (stravolto dal cemento fin sopra i corsi d’acqua, fin sotto una meravigliosa chiesa del dodicesimo secolo), fa il paio con il traffico che vi arriva per vecchi interessi di bottega duri a morire. Un parco dedicato al primo maggio (evviva la retorica e abbasso l’ambientalismo) ha perfino sostituito un pezzo di campagna, tanto per evitare il verde nel centro abitato. Potrei parlare di una discarica e anche di altri affari, ma non è questo ora l’argomento.

Voglio ricordare Giorgio: alto, distinto, elegante, di grande cultura e stile cerimonioso. Un signore, così nobile nei tratti da far pensare a un’origine regale. Storie di paese, per carità, ma il mito se ne alimentava, conciliandosi con l’appartenenza al rango più elevato della gerarchia comunista e insieme alla cultura liberale (o liberal, che senza la vocale finale guadagnava in appeal).

Giorgio appariva in paese ogni tanto, soprattutto nei fine settimana, e la notizia si spargeva in anticipo insieme all’attesa. A casa mi avevano spiegato che veniva con sua moglie, donna intelligente e vivacissima con un nome un po’ strano, come sua sorella. Nate in paese tutte e due, donne volitive, come vuole la tradizione che vi fece nascere Maria Montessori e tante donne emancipate fin dall’Ottocento con il lavoro in manifattura tabacchi. Mi avevano anche spiegato che la moglie aveva rinunciato alla sua professione di avvocato per seguire Giorgio a Roma e dovunque il partito e gli incarichi istituzionali lo chiamassero. Povera donna, pensai. Pensai anche che dietro a uomini di successo spesso si nascondono rinunce femminili molto coraggiose e poco utili.

Mia madre in quel periodo mi accompagnava al cinema d’essai con la stessa dedizione con cui si va a messa. Io ero una ragazzina ma ci andavo volentieri perché arrivavano registi e attori di tendenza e perché si poteva discutere di film e politica con più libertà di quella che si respirava in paese. Il cinema si faceva nel teatro, con platea e ordini di palchi in cui la gente, che spesso veniva anche da fuori, si mescolava come capitava. Anzi, la forza della platea era grande, da lì partivano gli interventi più appassionati e le posizioni più aperte.
Una sera riservarono il palco centrale di prim’ordine. Non era mai successo prima. Intorno c’era attesa e curiosità, mia madre sottovoce mi disse che era per Giorgio. Gli hanno dato proprio quello regale, replicai, e mia madre mi fece gli occhiacci perché della regalità di Giorgio parlavano tutti ma sempre in grande segreto.

Mi ricordo nitidamente il suo arrivo: alto, completo scuro, si sedette al centro accanto a quella moglie ex tuttopepe che ora mi faceva tristezza. Il palco gli era stato riservato, ma perché? Ma perché è Giorgio, disse mia madre. E allora? Penso che quel palco ingiustamente riservato e l’aria nuova dei film primi anni Settanta abbiano creato in me una piccola tromba d’aria, anticipo degli anni successivi.

Quel palco a Giorgio ha portato molta fortuna, a noi cittadini meno. Lui ha attraversato con stile le peggiori nefandezze delle varie repubbliche, noi le abbiamo subìte. Quando è diventato ministro dell’interno mi sono detta: l’interno va per la prima volta non a un democristiano ma a un ex comunista, questo qui scoperchierà il tegame e potremo finalmente guardarci dentro. Ingenua: il suo stile ha introdotto la chiusura ermetica, così perfetta e appropriata da portarlo, a distanza di anni, addirittura alla presidenza della repubblica.

Da presidente Giorgio ha sottoscritto, e prima ancora concertato con disponibilità preventiva al suggerimento, tutti i compitini berlusconiani così prossimi all’illegalità e all’eversione, fino a quando quelli delle banche e della finanza internazionale non gli si sono sostituiti d’imperio, esonerandolo dal ruolo di garante della democrazia e della Costituzione per quella causa di forza maggiore che si chiama crisi.

Oggi i suoi gli riconoscono impropriamente coraggio e capacità politica, ergendolo a salvatore della patria prima dal disastro berlusconiano e poi da quello economico. E gli danno anche per il 25 aprile la piazza della città dove lavoro, perché parli ufficialmente della Resistenza. E ufficiosamente, immagino, dei sacrifici richiesti ai cittadini, affinché siano disciplinati e obbedienti più che mai. Per il bene di chi? Mia madre risponderebbe: di Giorgio. Io aggiungo: di quelli come lui.

Domani arriva Giorgio e io mi sogno una piazza piena in perfetto silenzio, capace di guardarlo dritto negli occhi per ricordargli, Costituzione alla mano, a chi appartiene la sovranità. Io sarò in qualche angolo nascosto delle nostre campagne, dove chi è morto per darci anche quella Costituzione mai ne avrebbe voluto questo scempio.

C’era una volta una giovane compaesana che si chiamava Clio Bittoni, e forse ancora c’è, nascosta dietro una grande ombra. Domani la porterei con me, nel sole chiaro delle nostre campagne.

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Stanza numero due

Ho ripreso a studiare
i movimenti indenni della luna
un ciclo esatto che accresce
e consuma il liquido lucente,
madre per legge naturale

scivola l’acqua marina
sotto il guscio panciuto delle barche
in fila ordinata
oltre il mare è confuso
e la sirena suona l’imprevisto

non resistergli allora,
non è certo migliore la rotta che conosci
melodiosa o stridente tuo malgrado

Era in sala d’aspetto la compagnia
delle primavere algerine
il colono volgeva la schiena
al trofeo dei misfatti
riproducendo lingua e lineamenti
di nascosto nei letti
più faticoso propagare un canto di lavoro
a cielo aperto, tra sabbia e canali

E le donne non hanno più memoria
dell’ipnosi violenta da invasione
per le fughe inseguite e per lo stremo

sempre uguale la terra conquistata,
ora splende nei mattini di nuovo sereni
mescolando una saga di generazioni miste
con l’odio occultato dentro il corpo

Legge qualcuno dalla barricata rossa
bianche lettere enormi, e non è che un inizio:
dove si schiera l’esercito francese
quando attacca di notte?
dove la giovane staffetta coi capelli lisci
femmina l’Africa che la partoriva
e madre il mare di mezzo?

ora la France che la vuole moglie
per i suoi francesi s’inventa
una parata (1996)

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